TEATRO

IL CONTAGIO DEL BENE

 

Ogni mattina, quando mi alzo, ringrazio il Cielo per tutto quello che ancora ho. E anche per l’anima che, nella Sua bontà, mi ha restituito dopo la notte. Nel frattempo mi guardo intorno mentre febbrilmente faccio quello che tutte le mamme del mondo fanno alle 7 del mattino prima del lavoro, prima della scuola, prima della nuova giornata da affrontare e mi auguro di rimanere tutto il giorno “presente”, sveglia, accorta con tutti e cinque i sensi. So di essere stata graziata di un dono che non può essere solo per me. So spiegare, so vendere qualunque mercanzia e so che questo dono mi è stato dato per portare un messaggio.

Quando c’e tensione in Israele, quando leggo di un’altra donna, in qualche parte del mondo, vittima di violenza, quando vedo immagini di bambini sfruttati spietatamente, di soprusi verso gente debole, sento di dover immediatamente reagire. Mi sembra di vedere il mondo intero sballottato in un’impetuosa, indomabile tempesta e penso: chi può salvarsi da una burrasca in alto mare? Dai flutti, dal freddo, dalla paura, dalla disperazione? Possono salvarsi coloro che nel corso della vita hanno imparato a nuotare, si può salvare chi è forte, chi ha immaginazione, chi trova un appiglio, chi sente la responsabilità di salvare qualcuno che ama profondamente. Si può salvare chi sente nostalgia intensa per la propria casa, chi riesce a trovare altri simili a lui, chi si aggrappa a un delfino, chi rinuncia alla sua superbia e accetta di essere aiutato. Operare per la pace significa educare a salvarsi da tutte le tempeste, da tutti gli Tsunami del mondo. Significa insegnare come si fa a togliersi “una maschera cosi pesante da non poter più respirare” come dice Mussa, arabo cristiano di Pekiyin del Teatro dell’Arcobaleno. Significa insegnare e allenare giorno dopo giorno formule molto più importanti e vitali della matematica, della fisica, delle “Nano-tecnologie”. Significa addestrare alla sensibilità verso i dolori di migliaia di persone che ancora non hanno una casa, un lavoro e un futuro e vivono nella desolazione, significa insegnare a prendere posizione, a sapersi difendere dal cinismo e dall’indifferenza e a non esserne travolti e a non temere di rimanere soli a causa delle proprie idee. Bisogna mettersi all’opera, crearlo il bene, fabbricarlo e coinvolgere più persone possibili, contagiare tutti coloro che ci si avvicinano, inondarli di positività, far provare a chi si imbatte in noi, l’ebbrezza del calore, la gioia e la riconoscenza di chi si è aiutato, di chi si è salvato senza neanche rendersene conto, solo con una parola, con un sorriso o per merito di una carezza sul capo. Educare a essere positivi, al valore e alla freschezza del bene è l’unica forza che può salvare il mondo, l’ultima chance per sconfiggere chi è interessato a continuare a vederci disintegrare dalle armi che produce, chi preferisce stanziare somme spropositate per mantenere efficienti 10 mila bombe atomiche invece di finanziare centri di ricerca per i movimenti sismici, per curare il cancro, per risolvere il problema dell’acqua potabile e dell’irrigazione. Siamo tutti responsabili, genitori, nonni, insegnanti, droghieri, benzinai, tutti. Tutti noi piccoli, minuscoli frammenti di cosmo abbiamo la possibilità e il dovere di sforzarci per far calare quella maschera che ci impone la società in cui viviamo, per poterci guardare in volto. Dobbiamo lasciare da parte le nostre storie personali per costruire una storia comune dove non esistono più torti né ragioni, dove si ricomincia da capo, uniti contro chi sta cercando di sovvertire i valori che per secoli hanno preservato il mondo, prendendo il buono da ognuno e unendo le forze per costruire. Costruire. Salvare.

Nella Kabbalah è scritto che in ogni creatura di D-o c’e una scintilla del suo Creatore. Non tutti sanno di possedere questa scintilla. Alcuni arrivano fino alla fine dei propri giorni senza aver goduto della sensazione straordinaria che si può provare sentendosi addosso quella scintilla divina. Se tutte queste scintille si incontrassero, il mondo sarebbe illuminato da un’immensa e sfolgorante luce, che annullerebbe le tenebre dell’incomprensione, della prepotenza, dell’egoismo vuoto e distruttivo. Il nostro compito è imparare il segreto per far riaccendere e risplendere queste scintille, unirle tutte insieme e ricostruire l’Umanità a Sua immagine e somiglianza! L’umanitas perduta e dissolta nel corso dei secoli.

I ragazzi dell’Arcobaleno hanno iniziato a spargersi nei villaggi della Galilea e creare piccoli gruppi di teatro con bambini e ragazzi più giovani. Il teatro è lo spunto, è il pretesto per aprire un discorso, è cio che sanno fare, per poter iniziare a diffondere un modo di vivere, come un sasso che si getta nell’acqua e crea cerchi concentrici che si allargano e si moltiplicano. Giovanni Quer è il primo pioniere del progetto “Shaliach di pace” – “Inviato di pace”. Dopo essere stato una settimana a Betania da Samar cuocendo e distribuendo pane, curando i suoi bimbi nelle loro attività giornaliere, dopo essere stato qui a Sasa per una settimana, aver partecipato alle attività del Teatro, della Fondazione Bereshit LaShalom (il cui ufficio è collocato paradossalmente e forse divinamente, per buon auspicio, in un rifugio antiaereo di Sasa) dopo aver visitato case cristiane, musulmane, ebraiche, di kibbutz e di moshav, è tornato in Italia per raccontare ciò che ha visto. Racconta nelle scuole, all’Università e nelle Parrocchie, che la gente comune qui, il popolo, vive pacificamente, vive di speranza.

Abbiamo iniziato a preparare l’Arca. Il diluvio non ci coglierà impreparati.